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SGUARDI SULLA VITA
Nel tempo dell’incertezza e dell’incubo dell’imminenza, nella complessità di un mondo impredicibile, metamorfico in accelerazione, un sensibile poeta del verso e della pittura, due colpe felici praticate fin dalla prima gioventù, cerca i luoghi del desiderio dove l’Eterno diventi cosa viva.
Non è agevole impresa dove i giorni si susseguono sempre più intrisi di dolore, dove le grandi suggestioni liriche sono state dissipate con i frantumi dei riferimenti crollati, in caduta verticale, oltre il sipario del secolo breve. Il postumano e le sue conseguenze, il dissidio incolmabile tra natura e cultura, il delirio dell’onnipotenza della scienza, separata dalla coscienza, che resta intanto unica progressiva certezza,hanno determinato una omologazione massificata che ha sottratto agli uomini, auspicati umani, la testa per pensare, le mani del fare e i piedi rivolti a mete sicure. Quindi si abita impoeticamente lo spazio asfittico ed invivibile delle città affollate da inesorabili solitudini. Lo stesso ineludibile divenire metamorfico, celato in apparenza dai ritrovati della chirurgia plastica i portentosi ritrovati della genetica, della robotica e dall’uso esteso delle irrinunciabili protesi, hanno contribuito a contendere alla natura il dono di un corpo che, attraverso il pensiero, si fa strumento di conoscenza. Siamo nella preistoria della scienza: i portenti si verificano all’ordine del giorno, ma la poesia, che pure è principio della vera scienza ed è alimento delle Muse tutte e quindi di tutte le arti, è diventata marginale rispetto alla filosofia, alla cultura, alla scienza.Le arti visive, specie quelle non coniugate al sociale, sono escluse dal fruire della storia. Alla creatività, mai come ora, è stato concesso di sbizzarrirsi tra esiti tautologici e ripetitività di epigoni ostinati all’imitazione di prodotti accettati dai mercati.
Raffaele Bocchetti, di cui ho goduto la fraterna amicizia e il conforto di comuni ideali ancora prima che sopraggiungesse la cosiddetta sartriana età della ragione, ha, dopo l’antologica tenuta recentemente in Castel Nuovo, scelto di tuffarsi nei colori del mare e della terra flegrea. Ha voluto il dialogo ravvicinato con le onde dell’incessantemente mosso che s’ammanta di colori incomparabili, con l’infinito metamorfico delle nuvole e dei cieli che celano, con il sole che esalta con la sua luce i vari cromatismi di cui si vestono le terre con le case antiche e i ruderi di fasti di civiltà di cui non siamo sempre degni eredi.
Ha reso omaggio alle memorie radicate, ai ricordi, che ridonano al cuore argomenti d’umanissimo sentire. Bocchetti ha colmato di luci le sue marine, i suoi scorci ripresi dal vivo in un palpito di vita vissuta, intatta nella storia personale e presente nei giorni di tutti. Nella sua terra si domano ancora i cavalli; sono l’orgoglio di chi li alleva e non è raro incontrarli proprio sulla riva del mare. Li ho visti di recente e il pensiero è volato al tempo celebrato dai miti degli eroi che diedero nome alle spiagge e ai campi celebrati dalla storia. Insomma l’amico Bocchetti che già da tanti anni mi faceva leggere i suoi versi, metafore di sentimenti  che avrebbero poi trovato il giusto respiro sulle tele sempre fervide di moti energetici, ha voluto, tra fisicità della luce e fervore di segni, guardarsi intorno, tracciare e rendere palpitanti vere e proprie mappe del sentire profondo. La sua arte ci invita a non perdere quella circolarità che coniuga e raccorda con un filo d’oro magnificenza di natura, infanzia da cui tutti veniamo, dignità di storia, case degli uomini, voglia di libertà, modalità conoscitiva e mistero. Bocchetti, che pure continua a dare buone prove nell’espressionismo astratto, questa volta ha inteso dipingere il presente della memoria. Si è verificato. Chi ha potuto leggere i suoi versi, si è reso conto che quelle vivide pennellate vigoreggiano come l’immaginario che ritrova i cari luoghi del cuore. Nelle opere della presente rassegna l’artista non propone denunce, non recrimina, non allude minimamente agli orrori della cronaca quotidiana e perpetua: evoca il presente mai perduto. Il suo è un monito che invita a ritrovarsi. Il figliuol prodigo, può rialzarsi e recuperare dignità, ruolo, orgoglio civile. La natura prodigiosamente sa rinnovarsi; sa ribellarsi, ma anche farsi amare dagli uomini umani che non hanno perduto la più eletta delle doti celesti. Gli sguardi sulla vita impegnano ai valori vitali dove dove  hanno più vita, alla voglia di dialogo tra uomini umani persuasi a non dissipare fino al punto di non ritorno la ricchezza di cui sono depositari per affidarla al tempo della continuità.
Prof. ANGELO CALABRESE


 
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